dal ” FarodiRoma” del 13/10/2020

 

Un mosaico del MANN è immagine del Caos: ce lo racconta  Marco  Canzanella nel libro Internodio.                                                                                                                                                                  E’ uscito in questo tormentato 2020 Internodio di Marco Canzanella ( edizioni del Delfino, Napoli 2020, pp.255) un testo selezionato dal professor Ludger Kuhnhardt, direttore del Centro per l’integrazione degli studi dell’Università di Bonn. L’internodio è il tratto di accrescimento del fusto di una pianta compreso tra due nodi successivi, metafora, per l’autore, dello sforzo dell’essere umano di spingersi verso la luce. Nella prima parte del testo trovano spazio diversi articoli di carattere filosofico e si parla di ” Discorso morale”, di Fenomenologia ingrata dell’adempimento sociale” e di ” Inquietudini”.                                                                                                                                  Difficile trovare un vero e proprio “filo conduttore” in senso tradizionale  tra i diversi saggi del libro nel quale gli articoli si susseguono in un caleidoscopio di citazioni, riflessioni, riferimenti letterari e cinematografici, interpretazioni critiche su pensatori, scrittori, artisti. Il linguaggio è estremamente colto e, come ogni vero testo davvero polisemico, a volte si colora di tonalità un pò più oscure, talvolta criptiche.                                                                                                                                                      Del resto l’autore sa benissimo che non si può mai dire l’ultima parola né su un’opera d’arte o di filosofia né, tanto meno, su stessi e afferma che “ciò che vive nel testo è il risultato mutevole di infinite rotazioni e prospettive che si rigenerano infinite volte, e sempre cambiando, nel campo induttore della lettura” (p. 227). Canzanella, grande estimatore dello scrittore siciliano Antonio Pizzuto, che più “criptico” non si può, afferma in seguito che “La parola che tenta di tener dietro agli eventi si morde la coda, sprofonda in se stessa e finisce col rendere totalmente irreali le sue statuizioni” (p. 214).                                                                                                                                           Tra i molteplici percorsi che si potrebbero tracciare nel tentativo di recensire Internodio, un’opera che si insinua nell’animo del lettore suscitando innumerevoli interrogativi, ne sceglierò uno che riguarda, fondamentalmente, il modo di sentire e rappresentare l’aldilà attraverso opere letterarie e cinematografiche e consente, da un lato, una nuova interpretazione di un antico mosaico presente   nel Museo Nazionale di Napoli dando  una nuova lettura del vecchio sceneggiato  il segno del comando. Partendo dal mosaico e passando per le opere di Antonioni e Montaldo, non manca di fare riferimento a Dante e a Shakespeare, poeti citati sovente a proposito di quello che c’è (o ci dovrebbe essere) oltre la morte terrena, per arrivare alla fine al segno del comando.
Se è vero che, come sostiene l’autore, compito della filosofia non è prendersi cura di ciò che sta nella luce, ma costruire laluce strappandola alle tenebre, anche i musei possono aiutarci a farci meditare su problemi e angosce del nostro tempo.Durante le loro peregrinazioni presso il Museo archeologico di Napoli, i visitatori più sensibili si saranno forse interrogati sulla continuità che talvolta appare solo linguistica tra i musei di oggi e l’antica “casa delle Muse” di Alessandria d’Egitto.                                                                                                                                                          Leggendo Internodio si comprende che il museo è il luogo più vivo, più necessario oggi. Esso rende visibile il tracciato deigiorni, squadernato violentemente in epoche che non vogliamo perdute, che devono rivivere in noi e nei nostri figli.
Nel Museo Nazionale di Napoli c’è il famoso mosaico, proveniente dagli scavi di Pompei, del cosiddetto Memento mori, che rappresenta un teschio che una squadra mantiene in equilibrio tra i simboli della povertà (bisaccia del pellegrino) da un lato e quelli della ricchezza (scettro del pastore e porpora) dall’altro. Sotto il teschio una farfalla, antico simbolo dell’anima,come la vediamo ad esempio raffigurata nello splendido mosaico della creazione di San Marco a Venezia, mentre Dio la immette in Adamo, e la ruota, simbolo popolare e costante della sorte della vita umana.
Il nostro autore sostiene tra l’altro, che “il teschio divenne simbolo di morte solo nel Medioevo” (p. 229 e ss.) e che in realtàsi tratta dell’immagine più potente a noi nota del Caos”. Vale a dire che i nostri padri avevano capito che si muore ad ogniistante, ma non in ogni istante. L’indeterminazione è questo avanzare attraverso un nugolo di cause così spaventosamente numerose e così incredibilmente mutevoli da rendere inesigibile qualsiasi progetto umano, e tuttavia, proprio per questo, essa fonda ogni speranza. Egli si riferisce al cosiddetto effetto farfalla, presente come immagine, non solo dell’anima, nelmosaico del Mann. Il mosaico parla dell’indeterminazione, della pena di non avere più accanto Kairos, il Tempo opportuno, con le ali, armato di rasoio, che tronca ogni impedimento e manda a compimento perché riesce a cogliere il momentoopportuno.
Il libro ritorna più volte sul problema della vita oltre la morte, come è posto, ad esempio, nella famosa tragedia di Shakespeare, sostenendo che ‘Amleto è Cristo prima della scoperta della fede’ (p.15). Il suo celeberrimo monologo in effetti sembra porre l’uomo in una prospettiva agnostica: per Amleto, come dice Shakespeare, la sola possibilità dell’esistenzadell’aldilà ‘confonde la coscienza’ e rende gli uomini ‘vili’”. Ma in realtà non è la possibilità dell’aldilà che confonde Amleto,ma l’ipotesi nichilista intorno al suo contenuto. Amleto sperimenta già nel suo tempo e nel suo spazio un aldilà che lo separa dagli altri e dal mondo abietto che hanno edificato nella menzogna e nel tradimento. Ma la sua volontà di bene, diordine, di pace è senz’altro cristica. Il suo furore è quello di Gesù, anche se lui non lo sa.

L’autore, che sente molto il tema della incomunicabilità, si sofferma su un classico del cinema,
Deserto Rosso (1964) diMichelangelo Antonioni. Anche qui il filo conduttore è la dicotomia morte-vita. A un certo punto infatti, egli si sofferma sucome le parole di Giuliana, tormentato personaggio con propensioni suicide, “si dissolvono nel nulla del falso interlocutore,dell’ignoto che parla una lingua straniera… che comunque resta irraggiungibile” (p. 17); il silenzio dal quale Giuliana vorrebbe uscire, l’aborto di realtà in cui è confinata è il silenzio cui si giunge nella morte. Accusato da molti “denigratori” direalizzare dei film “pesanti”, Antonioni in realtà sembra aver colto e espresso in maniera mirabile la drammatica condizione dell’esistenza umana. Per il nostro la condizione attuale ci impedisce questo viaggio verso la liberazione, ci strappa il cuore,e ci impone come unico rimedio la desolazione.
Più avanti l’autore ritorna sul problema dell’aldilà e cita i famosi versi di Dante, nel I Canto del
Paradiso:“Nel ciel che più dela sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là
su discende“. In questi versi, Dante, secondo Canzanella, si riferisce a un Paradiso “che non sta né davanti né dietro, che non è né regressivo né profittevole, funzionale all’umano, ma semplicemente …è il luogo infinito per gli esuli della coscienza e del dolore” (p. 19). Come si potrebbe abbandonare il Paradiso senza dolore? Questo è l’estremo sacrificio di Dante, che si somma al dramma della comunicazionee della comprensione. Credere nel Paradiso è un dono della Grazia, che annienta gli enigmi patetici di un’esistenzaaltrimenti indecifrabile.
Canzanella analizza poi un grande successo televisivo, Il Segno del comando di Daniele D’Anza, del 1972, “un capolavoro”(p. 217). Anche qui il protagonista si trova al centro di un’oscura vicenda sospesa tra la realtà e l’immaginazione, tra la vitae la morte, tra fantasmi e razionalità. Il Segno del comando attende ancora una risposta interpretativa che gli renda giustizia. Tanti sono i cultori e gli appassionati, ma i veri contributi che mostrano di averne compreso il senso profondo sono pochi. Si tratta dell’epopea di un tradimento, e per questo trova posto in Internodio.                                L’opera, come tutti gli archetipi sporge di molto sulle intenzioni stesse degli autori, così come un sogno sporge sulla mente desta, oggettiva, tecnicamente di acritica, del sognatore. Qui rileva semmai la dimensione originaria, presente in ogni essere umano, che ci fa sentire, avolte, inaspettatamente, così familiari e vicine cose altrimenti remote ed estranee. Questa è la ragione per cui talvoltasentiamo come amici attori che amiamo in certi loro personaggi, che ce li rendono vicini, appunto, come amici d’infanzia,ma senza quelle successive, talvolta terribili trasformazioni che guastano tutto. La dolcezza dell’infanzia nellaconsapevolezza dell’adulto, questa è l’arte della recitazione, della rappresentazione. Anche Amleto si sente fratello dei suoiamici attori, perché sono i soli che gli doneranno un po’ di verità.
Un’ultima riflessione si può fare a proposito di questo libro, chiudendo questo immaginario percorso tra arte e oltretomba, ricordando da un lato Delitto e castigo e dall’altro il film di Giuliano MontaldoI demoni di San Pietroburgo. Nella pellicola di Montaldo, afferma l’autore “il tema della responsabilità e dell’impegno morale nella parola e nell’esempio raggiunge ilparossismo” (p. 227), mentre in Delitto e castigo il protagonista “Raskolnikov è molto più dell’ultima incarnazione del nichilismo” e ciò che il soggetto desidera “è appunto il castigo” (p. 22).
Naturalmente questo vale davvero solo per una minoranza di criminali più sensibili come il protagonista di Delitto e castigo .                                                                                                                    Internodio si conclude opponendo l’insensatezza, il crimine, alla violenza del mondo, che allontana l’uomo dal suo verocentro. Il frutto materiale del doppio delitto di Raskolnikov è nullo, inesistente. Tuttavia, se la vita presente svuota dicontenuto oggettivo l’esperienza umana, anche l’espiazione perde ogni senso, ricondursi a sé tramite l’errore è impossibile,perché è proprio il concetto di errore che non esiste più.
Ciro Di Fiore